Sin da bambina frequenta la bottega d’Arte del maestro Rioma, dove acquisisce le prime competenze artistiche ed intraprende un percorso che nel 1997 le fa scoprire un originale modo di dipingere avvalendosi di uno stile surreale nel quale pare configurarsi un viaggio straordinario dentro la memoria di se stessa.
Mariagrazia Toto trasforma la pittura in atto di resistenza e contemplazione. Dipinge “dopo che la mente ha sedimentato il ricordo”, più per evocare che per descrivere. I suoi paesaggi interiori si fanno luoghi dell’anima, capaci di risvegliare lo spirito e di riconciliare l’essere umano con sé stesso, con l’altro e con la natura.
Il suo lavoro è stato analizzato da critici autorevoli come Vittorio Sgarbi, Philippe Daverio, Angela Del Bello, Maria Gloria Riva e Domenica Giaco, che ne hanno sottolineato la forza evocativa e la capacità di rendere l’arte un ponte tra l’uomo e l’infinito.
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